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Roma, 13 feb. – Uno studio coordinato dall’Istituto di neuroscienze del Cnr di Padova ha investigato i meccanismi responsabili del difetto di secrezione insulinica nei pazienti diabetici integrando i dati ottenuti da studi in vitro e in vivo e superando i limiti degli approcci puramente sperimentali.

Il diabete è una malattia metabolica caratterizzata da aumentati livelli di glucosio nel sangue, che costituiscono un importante fattore di rischio per complicanze cardiovascolari, renali e retiniche. Due principali fattori concorrono a produrre gli elevati livelli di glucosio: la diminuita capacità di azione dell’insulina e un difetto delle cellule del pancreas (le beta-cellule) che secernono insufficienti quantità di questo ormone.

Sebbene nella letteratura scientifica – spiega il Cnr – siano presenti studi in vivo, nonché ricerche in vitro sul difetto di secrezione insulinica, è ancora in buona parte sconosciuta la dinamica dei processi responsabili del difetto beta-cellulare che caratterizza questa malattia. Una fondamentale difficoltà di queste ricerche è infatti l’impossibilità di adottare in vivo, nell’uomo, le tecniche d’indagine usate in laboratorio.

Grazie a uno studio, coordinato dall’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (In-Cnr) di Padova in collaborazione con l’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa e le università di Pisa e di Pittsburgh (Usa), è stato possibile confrontare i risultati ottenuti in vitro con quelli su pazienti diabetici ed avere conferma dei meccanismi responsabili del difetto di secrezione insulinica, fondamentale nello sviluppo del diabete di tipo 2, la forma più comune che interessa il 90% dei casi e che si sviluppa prevalentemente a partire dai 40 anni di età.

“Nella letteratura scientifica sono presenti studi in vivo sul ruolo della disfunzione delle beta-cellule, mentre la ricerca in vitro ha chiarito i meccanismi chiave (detti di ‘attivazione’ e ‘amplificazione’) che controllano la secrezione di insulina”, spiega Andrea Mari, ricercatore dell’In-Cnr e co-autore dello studio, ora pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale ‘Diabetes’. “Attraverso l’analisi dei dati ottenuti dagli studi in vitro, abbiamo sviluppato un modello matematico che rappresenta i meccanismi secretori della beta-cellula normale. Lo stesso modello è poi stato utilizzato con successo per simulare le risposte secretorie ottenute in una serie di esperimenti classici sull’uomo, dimostrando la congruità tra gli studi in vitro e quelli in vivo”.

“Basandoci su questa coerenza interpretativa, siamo stati in grado di verificare che la risposta diabetica dipende dai meccanismi di amplificazione della secrezione, mentre quelli di attivazione non appaiono coinvolti”, conclude Eleonora Grespan, dell’In-Cnr. “La ricerca, inoltre, conferma il potenziale applicativo dei modelli matematici nella comprensione della fisiopatologia, in particolar modo quando gli studi in vivo sono limitati da ragioni pratiche o etiche e nei casi in cui l’analisi di molteplici condizioni sperimentali rappresenti la chiave per comprendere i difetti funzionali a livello cellulare”.

 

Fonte: Askanews.it

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Roma, 16 feb. – “Dottore, ma è vero che non si deve fare il bagno dopo mangiato? Dottore, ma è vero che la cioccolata fa bene? Dottore, ma è vero che parlare troppo al cellulare fa venire il cancro?”. Sono domande che i medici italiani si sentono porre tutti i giorni dai loro pazienti che, magari, si sono informati prima su siti non sempre affidabili, o hanno “orecchiato” qualcosa in TV, o letto distrattamente un titolo di giornale. Ora, a rispondere – e ad aiutare i medici a rispondere – ai dubbi dei cittadini arriva Dottoremaeveroche, il nuovo sito della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri che è on line da oggi pomeriggio alle 14,30 agli indirizzi www.dottoremaeveroche.it e https://dottoremaeveroche.it.

“Dottoremaeveroche si compone di una sezione contro le fake news, dedicata al cittadino, che potrà trovare risposte semplici ed argomentate alle più comuni domande in tema di salute, e di una sezione dedicata agli operatori con un vero e proprio “kit di primo soccorso comunicativo” composto da infografiche e brevi clip, da condividere con il proprio paziente durante la spiegazione di determinati argomenti”, sottolinea Alessandro Conte, Coordinatore del Gruppo di Lavoro composto da medici del Comitato Centrale Fnomceo, giornalisti scientifici, comunicatori e debunker, e che si appoggia a un board composto dalle Società Scientifiche che hanno dato la loro adesione.

Il sito sarà presentato oggi pomeriggio alle 17 al Ministero della Salute di Lungotevere Ripa 1, a conclusione dell’evento “La comunicazione della Salute al tempo delle fake news” (scarica QUI la cartella stampa dell’evento), alla presenza del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin. “Le “bufale” o “fake news”, fenomeno purtroppo quanto mai moderno – che oggi incidono pesantemente sulla salute – rischiano di trasformarsi in vere e proprie azioni criminose, colpevolmente sostenute o meno da interessi economici, o soltanto dalla scellerata supponenza dell’ignorante”, afferma Cosimo Nume, Coordinatore Area Strategica Comunicazione Fnomceo e responsabile scientifico del Convegno. “In un mondo dove a volte la gente rischia di rimanere vittima di fake news sulla salute o, peggio, di false terapie, il sito vuole dare un piccolo contributo di certezza partendo dalle evidenze scientifiche, da quello che la scienza ha dimostrato, quello che è riproducibile, quello che noi chiamiamo verità scientifica” conclude Filippo Anelli, presidente Fnomceo.

 

Fonte: Askanews.it

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Roma, 21 feb. – Patologie differenti che hanno in comune il corpo dei ragazzi, la loro psiche e il rapporto con il cibo. Obesità, anoressia e bulimia sono i temi dell’ultimo numero di “A Scuola di Salute”, il magazine digitale realizzato dalI’Istituto Bambino Gesù per la Salute del Bambino e dell’Adolescente, diretto dal prof. Alberto G. Ugazio. «Da sempre, gli adolescenti hanno un rapporto dialettico con il proprio corpo – spiega Ugazio – un rapporto che è diventato un fattore di importanza sempre crescente, soprattutto ai tempi dei social network. Questa relazione viene portata all’esterno per essere valutata attraverso like e condivisioni. Il corpo è oggetto di giudizio immediato, il selfie uno specchio pubblico, che esce dalla dimensione privata della propria cameretta». L’obesità infantile rappresenta oggi una delle grandi emergenze sanitarie dei Paesi ad alto sviluppo e l’Italia detiene, in Europa, uno dei primati negativi di bambini e adolescenti con eccesso di peso. Rivolgersi al pediatra è importante, perché anche il bambino con semplice sovrappeso può presentare già in età precoce delle complicanze rilevanti come il fegato grasso (steatosi epatica), livelli elevati di insulina, trigliceridi, colesterolo, uricemia e pressione arteriosa aumentata. L’approccio dovrà essere personalizzato, perché anche se alla base dell’obesità possono esserci fattori comuni (familiarità, sedentarietà, cattive abitudini alimentari) ogni bambino, ogni ragazzo, è diverso dall’altro.

Gli specialisti del Bambino Gesù propongono consigli pratici per ridurre l’apporto calorico e diminuire il contenuto dei grassi, «ma più che la prescrizione di diete – spiegano -, spesso disattese, l’educazione alimentare, specie dell’adolescente, deve essere volta a stimolare comportamenti autonomi e corretti», che comprendono anche un’attività fisica regolare (almeno 60 minuti al giorno).

Anoressia e bulimia sono Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) che possono presentarsi in modo estremamente variabile, fino a determinare un grave impatto sullo sviluppo sia fisico che psicologico del bambino e dell’adolescente. Si tratta di malattie complesse determinate da più fattori – spiegano gli specialisti – sia di natura genetica-biologica sia ambientale. La maggiore vulnerabilità osservata nelle ragazze adolescenti, o in giovani adulte, sembra suggerire come questi disturbi possano essere scatenati dai cambiamenti fisici e ormonali che caratterizzano la pubertà nonché da una possibile difficoltà evolutiva nel passaggio dall’infanzia alla vita adulta. Negli ultimi anni si è registrato un esordio sempre più precoce di questi disturbi, che da un lato può essere spiegato dall’abbassamento dell’età della prima mestruazione (menarca) e da un anticipato ingresso nell’età adolescenziale, dall’altro può essere ricondotto alla prematura età in cui bambini e adolescenti sono esposti alle pressioni sociali e culturali dei media, internet e social network in particolare. Le dinamiche familiari – spiegano gli esperti del Bambino Gesù – possono svolgere un ruolo rilevante nella gestione del disturbo del comportamento alimentare, che necessita sempre di un trattamento integrato multispecialistico (MIT, Multifocal Integrated Treatment). E’ importante per i genitori essere consapevoli che l’anoressia e la bulimia sono malattie specifiche, non un capriccio dell’adolescente né un modo di attirare l’attenzione”.

Fonte: Askanews.it

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Roma, 21 feb. – Sul ruolo del caffè sulle prestazioni sportive e sulla resistenza arrivano nuovi dati dall’Institute for Scientific Information on Coffee – ISIC che ha di recente diffuso i risultati di uno studio su incidenza di caffè e caffeina sui diversi tipi di attività fisica, sui potenziali meccanismi di queste sostanze e sulle implicazioni per gli atleti professionisti e dilettanti. I dati della ricerca sono stati presentati da Neil Clarke, docente della Facoltà di Scienze della Vita all’Università di Coventry (UK) e pubblicati su International Journal of Sports Physiology and Performance: dimostrano che il consumo di caffè incide positivamente sulle prestazioni durante una disciplina di resistenza, come la corsa: in particolare, l’assunzione di caffè 45-60 minuti prima di una gara di circa 1 km e mezzo (circa un miglio) migliora la prestazione del 2% circa – equivalente a cinque secondi – rispetto al gruppo di controllo. Il caffè è una fonte di caffeina e la European Food Safety Authority ha dimostrato che la caffeina determina un miglioramento delle performance fisiche (effetto ergogenico). Numerosi studi indicano che una dose moderata di caffeina, equivalente a circa 3mg/kg del peso corporeo, può migliorare le attività di resistenza come la corsa, il ciclismo e il canottaggio, oltre che le attività di resistenza in palestra e gli sport a intervalli come il calcio e il rugby.

L’ipotesi principale secondo cui il caffè e la caffeina possono migliorare le performance è l’effetto antagonista sui recettori dell’adenosina. Questo permette al corpo di generare maggior forza durante la contrazione muscolare e di contrarre i muscoli con più vigore, oltre che con una maggiore frequenza. Si ha inoltre la sensazione che l’attività sia più facile, e meno dolorosa. È stato infatti dimostrato che la caffeina può ridurre il dolore muscolare e lo sforzo percepito durante l’attività fisica. Tuttavia, esistono differenze fra gli individui e il loro modo di reagire alla caffeina, dipendenti dal patrimonio genetico. Nonostante la maggior parte della ricerca sia stata effettuata su individui allenati, gli atleti dilettanti possono ugualmente trarre effetti dal consumo di caffè o caffeina. Uno dei motivi per cui gli individui allenati potrebbero avere performance migliori grazie a caffeina e caffè è legato al fatto che essi hanno una concentrazione più elevata di recettori dell’adenosina.

È sempre esistita la convinzione che bere caffè potesse avere un effetto diuretico, ma ricerche recenti hanno dimostrato che non è così, soprattutto durante l’attività fisica; in realtà bere caffè può aiutare a mantenere l’idratazione.

Fonte: Askanews.it

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Cioccolata, miele e spezie: i comfort food che salvano girovita.

Roma, 18 gen. (askanews) – Lasciate alle spalle le feste natalizie, siamo ormai nel pieno dell’inverno, stagione in cui una bella tazza di cioccolato caldo ristora il corpo infreddolito e delizia il palato. Ma se la bilancia dice che abbiamo esagerato con pandori e panettoni, dobbiamo per forza metterci a stecchetto e passare alle fredde insalatine? Per scongiurare eccessive restrizioni, il provider ECM 2506 Sanità in-Formazione e Serena Missori, endocrinologa e nutrizionista, autrice del libro “La dieta dei biotipi”, lanciano una serie di consigli utili a godersi un po’ di sano comfort food senza rimorsi, in collaborazione con Consulcesi Club. Eccoli.

1 – Sì a qualche golosità in più ma attenzione a junk food e alcolici. L’apporto calorico in inverno può aumentare perché il corpo brucia più calorie per mantenere la temperatura corporea ottimale. Quando tremiamo per il freddo, ad esempio, produciamo irisina, ormone che converte il grasso cosiddetto “bianco” in grasso “bruno”, facendoci dimagrire. A seconda del tipo di persona, del suo stile di vita e di eventuali patologie, d’inverno la dieta quotidiana può aumentare dalle 200 alle 500 calorie. Questo non significa però dare libero sfogo ai peccati di gola che prima o poi presentano il conto sulla bilancia; restano banditi gli alcolici, i fritti ed i dolciumi. 2 – Tisane speziate amiche della linea. Prima regola, valida in tutte le stagioni: bere per mantenere idratato l’organismo e la pelle, che con il freddo tende a seccarsi. Quindi via libera a tisane con cannella e zenzero, spezie che fanno aumentare il metabolismo. Bene anche infusi con arancio e thè verde, ricco di antiossidanti, che fa aumentare circa del 35% il dispendio calorico. 3 – Via libera alla dolcezza del miele La colazione ideale? Un bicchiere d’acqua tiepida con succo di limone (drenante e disintossicante) ed 1-3 cucchiaini di miele che aiuta a proteggere da raffreddore e mal di gola. Preparare quindi un porridge con il latte di mandorle e fiocchi d’avena, ricchi di beta glucano ed avenantramide, fibre che facilitano il transito intestinale dolcemente. Inoltre l’avena richiede un dispendio energetico maggiore per essere digerita, dunque “si brucia” di più. 4 – La cioccolata riscalda e fa dimagrire. Ma è sullo spuntino che ci si può davvero concedere qualche golosità, come la cioccolata fondente, soprattutto al peperoncino. Un quadratino per una pausa sfiziosa ci scalderà e attiverà il metabolismo grazie al cacao che aiuta a dimagrire. 5 – Le zuppe salvano il girovita. A pranzo o a cena via libera a zuppe riscaldanti di cereali e pseudo cereali come il riso, il miglio, il farro, il sorgo, la quinoa, l’orzo, insieme a legumi come fagioli cannellini, borlotti, ceci e lenticchie, senza dimenticare le verdure. Arricchire i piatti con spezie riscaldanti. Abbondare pure con il brodo di ossa di pollo o di manzo, è ricco di gelatina (collagene) che è anti invecchiamento, disintossicante, protegge le articolazioni, migliora il sonno e ottimizza le funzioni del corpo. 6 – Mangia in base al tuo Biotipo. Linfatico, sanguigno, bilioso o celebrale sono le principali costituzioni corporee. Scegli le verdure amare e drenanti come il radicchio e la cicoria se sei linfatico, carne magra se sei sanguigno, pseudo cereali come quinoa e crucifere se sei bilioso, verdure rilassanti come lattuga e valeriana se sei celebrale. Il corso, on line gratuitamente sul sito www.corsi-ecm-fad.it, è sviluppato in quattro moduli didattici composti da video-lezioni e materiali di approfondimento. Un questionario finale accerta la comprensione dei contenuti e assegna 4 crediti ECM. 


Fonte: askanews.it

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Da team Milano-Bicocca un 'consensus document' internazionale.

Roma, 23 gen. (askanews) – Cosa fare se si soffre di malattie cardiovascolari e si desidera andare in alta montagna? Una risposta ufficiale e documentata arriva dal gruppo di ricerca di Gianfranco Parati, professore di Medicina cardiovascolare all’Università di Milano-Bicocca e direttore dell’Unità operativa di cardiologia dell’Auxologico San Luca di Milano, che studia questa problematica dal 2004 con spedizioni in quota in varie parti del mondo, compreso l’Everest. Con il titolo “Raccomandazioni cliniche per l’esposizione ad alta quota di individui con condizioni cardiovascolari preesistenti” è stato infatti recentemente pubblicato un “consensus document” su una delle più prestigiose riviste cardiologiche internazionali, lo European Heart Journal.

“Si tratta di raccomandazioni estratte da numerosi studi – spiega Gianfranco Parati – che abbiamo analizzato grazie ad una estesa ricerca nella letteratura del settore, per dare raccomandazioni che non fossero semplicemente opinioni personali ma consigli basati su evidenze scientifiche, incluse quelle ricavate dai nostri progetti ‘HighCare’ sul campo in alta quota. Ne emerge un ventaglio di raccomandazioni che tengono in considerazione da un lato aspetti ambientali come velocità di salita, quota raggiunta, temperatura o il fatto di dormire in quota, e dall’altro aspetti personali come allenamento, storia clinica, stabilità dei problemi cardiovascolari, terapia in corso, esami diagnostici recenti, training precedente, preparazione fisica e clinica”.

Dallo studio pubblicato si evidenzia quindi la necessità di personalizzare quanto più e meglio possibile le raccomandazioni e gli accorgimenti medici per il paziente cardiopatico amante dell’alta montagna, ma quali sono le indicazioni generalizzabili, valide per tutti? “Occorre prepararsi fisicamente – risponde il professor Parati – e valutare con il proprio medico la propria condizione, per individualizzare il consiglio. Bisogna effettuare una precisa stima del livello di rischio cardiovascolare individuale prima di avventurarsi, anche perché alcuni problemi possono essere subclinici, cioè ancora non manifesti. Occorre inoltre prevedere un adeguamento della terapia nei soggetti più a rischio. In altre parole, vi sono raccomandazioni generali sulle procedure e sulla prudenza da esercitare, ma poi i consigli debbono essere individuali, basati sulle condizioni del singolo, e devono prevedere un’interazione con il medico e con lo specialista esperto di medicina di montagna. Il paziente cardiologico non deve necessariamente privarsi del piacere della montagna, ma la deve affrontare con serietà, consapevolezza, prudenza e preparazione, basandosi su dati scientifici e sulla propria storia personale”.

Ma in cosa consiste e come si manifesta il rischio d’alta quota in chi è portatore di problematiche cardiovascolari? “L’esposizione ad alta quota, definita come una quota maggiore di 2500 metri sul livello del mare – spiega la dottoressa Camilla Torlasco, co-autrice dello studio, che si occupa di ricerca presso l’Auxologico di Milano e l’Università di Milano-Bicocca – comporta uno sforzo da parte dell’organismo per adattarsi. Ciò dipende dalla serie di modificazioni ambientali di intensità progressiva che si osservano all’aumentare dell’altitudine. Fra queste, la più rilevante in termini di effetti sull’organismo è la riduzione della pressione barometrica o atmosferica, cioè la pressione determinata dal ‘peso’ della colonna d’aria presente al di sopra del punto di misura: al ridursi della pressione barometrica si osserva una ‘rarefazione’ delle molecole presenti nell’aria (azoto, ossigeno, anidride carbonica), che porta al fenomeno noto come ‘ipossia ipobarica’. In sostanza, l’organismo registra una carenza di ossigeno e deve mettere in atto delle misure per contrastarla. In una persona esposta a ipossia ipobarica, e quindi durante il soggiorno in alta quota, possiamo osservare un aumento della frequenza cardiaca, della frequenza respiratoria, della pressione arteriosa e polmonare; si osserva inoltre una riduzione dell’ossigeno e dell’anidride carbonica nel sangue e, talvolta, la comparsa di apnee del sonno. Dopo un periodo di tempo variabile in base alle condizioni di partenza del soggetto (età, sesso, indice di massa corporea, eventuali patologie, terapia farmacologica in corso eccetera) e alla quota a cui ci si espone, l’organismo raggiunge un nuovo punto di equilibrio nel quale si è ‘adattato’ alla quota a cui si trova. Questo processo è noto come acclimatamento”.

“Nel caso di persone con pregresse patologie cardiache, vascolari o polmonari, – prosegue – l’esposizione ad alta quota può essere pericolosa, perché all’organismo, già indebolito dalla patologia di base, viene richiesto uno sforzo importante di adattamento. Da qui la necessità di valutare caso per caso il grado di stabilità del quadro clinico e la capacità di adattamento del cuore e dell’apparato vascolare. Questo può comportare la necessità di rivalutare la terapia in atto, in collaborazione con il proprio medico e con uno specialista adeguatamente preparato su questi temi”.

Fonte: askanews.it

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Sulla varietà Autumn royal. Benefici anche dopo stop assunzione.

Roma, 23 gen. (askanews) – Che l’uva fosse un alimento alleato della salute è un fatto ormai noto, proprio perché, per la peculiare composizione, è un concentrato di sostanze preziose per il nostro organismo. Ma quali sono i reali benefici del consumo di questo frutto? Un team di ricercatori del Crea viticoltura ed enologia, sede di Turi, in collaborazione con ricercatori dell’Università di Bari, ha realizzato una ricerca sull’uomo per valutare il legame fra l’assunzione prolungata di uva e i processi di coagulazione e fibrinolisi, che potrebbero portare all’insorgenza dei disturbi cardiovascolari. Ne è emerso che gli effetti salutari derivanti dall’assunzione dell’uva da tavola fresca potrebbero contribuire a proteggere l’organismo dall’insorgenza delle malattie cardiovascolari. Tali effetti antitrombotici, inoltre, persistono anche dopo l’interruzione dell’assunzione.

Per la ricerca è stata utilizzata, per la prima volta, uva da tavola fresca e non derivati. È stata scelta la varietà Autumn Royal, a bacca nera, proprio per le sue caratteristiche: moderato contenuto di zuccheri, elevato contenuto di composti polifenolici e in particolare di antociani, elevata attività antiossidante. Sono stati reclutati 30 volontari sani: 20 hanno assunto una dieta arricchita d’uva (5g/kg di peso, al giorno) per tre settimane e 10 hanno seguito la loro dieta abituale ma priva di uva. Le analisi del sangue, effettuate all’inizio, alla fine del periodo di assunzione di uva e dopo un mese dalla fine dell’assunzione, hanno dimostrato innanzitutto che non si è verificato alcun aumento della glicemia né del profilo lipidico, sfatando così un falso mito. Inoltre, l’assunzione prolungata di uva ha anche un effetto anticoagulante, perché aumentando la capacità fibrinolitica del plasma riduce i meccanismi di formazione dei trombi ed esalta quelli deputati alla loro rimozione.

Ricca di sali minerali (potassio, ferro, fosforo, calcio, manganese, magnesio, iodio, silicio, cloro, arsenico), vitamine A, B e C, e polifenoli, l’uva ha infatti proprietà ricostituenti e antiossidanti, perché combatte i radicali liberi responsabili del deterioramento dei tessuti e del DNA. Con il suo contenuto di acqua e fibre, inoltre, permette di purificare l’intestino e il fegato. Ma non solo. Se assunta nella dieta alle dosi sopra riportate, la sua composizione la rende particolarmente indicata come valido ausilio nel trattamento dei principali fattori di rischio dell’aterosclerosi come l’ipertensione, il diabete, l’iperlipidemia e lo stress ossidativo, al punto da poter contribuire a ridurre la mortalità legata ai disturbi cardiovascolari.

Fonte: askanews.it

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Consigli utili per evitare corse e affollamento al pronto soccorso

Roma, 9 gen. (askanews) – L’influenza e i virus parainfluenzali che l’hanno preceduta hanno messo al tappeto, o meglio a letto, milioni di italiani. E non si parla ancora di picco raggiunto. Sotto pressione sono naturalmente tutti i presidi medici, a cominciare dai pronto soccorso. In particolare quelli pediatrici, costretti al massimo sforzo nella gestione del flusso di piccoli pazienti ed alla necessità di ricovero urgente per le sindromi influenzali più gravi come le bronchioliti nei lattanti.

Il consiglio che dai Pronto Soccorso arriva alle famiglie, difficile certo da rispettare quando si tratta di bambini, per permettere di curare al meglio i casi seri, è sempre lo stesso: evitare di leggere nei sintomi dei propri figli situazioni di gravità che invece non sono tali. A cominciare ovviamente da quello che è considerato, a torto, l’indizio di gravità numero uno, la febbre. “E’ importante che i genitori siano informati per essere così più tranquilli nell’affrontare la fase acuta influenzale dei loro bambini ed evitare corse al pronto soccorso che potrebbero non servire, con la conseguenza di ingolfare ulteriormente queste strutture già così fortemente sollecitate”, spiega ad askanews il dottor Fabrizio Scalercio, dirigente medico pediatra della UOD Pronto Soccorso pediatrico osservazione breve del Policlinico Umberto I di Roma. E la prima cosa da sapere, concetto condiviso da tutte le Società di pediatria, è che la febbre alta non provoca danni al bambino, a meno che non si superino i 43°C. Il trend attuale peraltro, sottolinea ancora il dottor Scalercio, “è quello di dare meno farmaci antipiretici perchè proprio la febbre è il più importante antinfettivo”.

Ecco quindi, a proposito di febbre, alcuni elementi importanti da tenere in considerazione in famiglia nella valutazione dello stato dei propri figli alle prese con l’influenza. Innanzitutto, la febbre elevata, come ricordato anche da Scalercio, non indica una gravità maggiore ma la naturale e valida capacità del bambino di rispondere alle infezioni. E quando si deve ricorrere all’antibiotico? Non è un antipiretico, pertanto non agevolerà un abbassamento della temperatura corporea a breve distanza dalla sua somministrazione. Se anche l’antipiretico poi, che si tratti di paracetamolo o ibuprofene, non abbassa la febbre generalmente questo non significa la presenza di una particolare situazione di allarme.

Altro consiglio utile è quello di non aver paura di far uscire il bambino con febbre dalla propria abitazione per recarsi ad esempio dal pediatra (o allo stesso pronto soccorso ove realmente necessario) anche nelle stagioni più fredde, perchè questo non espone i piccoli malati al rischio di polmonite o altre complicazioni. Infine la risposta alla domanda che tutti i genitori si fanno: quando il bambino può tornare a scuola o all’asilo senza più necessità di farmaci? Semplice, quando rimane senza febbre oltre le 24 ore.

Fonte: askanews.it

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Mentre impazza la polemica sugli studi scientifici che si contraddicono l’un l’altro e la ricerca di ‘fake news’, nella pausa natalizia che interessa molte parti del mondo, appare, quasi in sordina, una nuova metanalisi su JAMA (Journal of the American Medical Association) che può essere presa a ‘caso di scuola’ proprio per capire come interpretare i dati delle ricerche.

La metanalisi, ossia l’analisi di più ricerche sullo stesso argomento, è stata realizzata da un gruppo di ricercatori guidati dal dottor Jia-Guo Zhao del Dipartimento di Chirurgia Ortopedica all’ospedale cinese di Tianjin. Ed ha concluso che gli anziani che assumono calcio e vitamina D hanno la stessa probabilità di subire fratture di quelli che non seguono alcun trattamento. I ricercatori hanno esaminato 33 studi che hanno preso in considerazione oltre 51mila persone con più di 50 anni, ma va specificato che si trattava di soggetti che vivevano in comunità. Dal momento che la vitamina D serve ad assorbire e ad utilizzare il calcio per mantenere le ossa in salute succede che molti anziani siano sottoposti a questa terapia ‘di default’ con dosaggi da 600 UI (Unità internazionali) prima dei 70 anni e di 800 UI dopo. Mentre dosaggi superiori a 1000 UI potrebbero presentare il rischio di effetti collaterali anche seri specialmente nella popolazione più anziana e fragile se non carente di vitamina D.
“Come sempre non bisogna fermarsi al titolo – spiega il Professor Andrea Giustina, Presidente Eletto della Società Europea di Endocrinologia ESE e Full Endocrinology Professor del San Raffaele di Milano – ma analizzare bene i dati per non rischiare di diffondere messaggi sbagliati. Innanzitutto alcune ricerche incluse nello studio non sono ‘di qualità’ e quindi alterano i risultati complessivi, oltre a differenze enormi tra dosi, tipo e frequenza di vitamina D utilizzata. Inoltre in molti casi non è indicato che si tratti proprio di colecalciferolo (il composto ideale per le finalità di protezione dello scheletro). Infine è poco consistente l’uso del calcio in associazione alla vitamina D nei vari studi”.
“Quindi se le conclusioni non sono precise possiamo invece fare tesoro del messaggio di fondo: la supplementazione dell’ormone vitamina D va prescritta quando nell’organismo ve ne sia una carenza effettiva e non come trattamento universale al di sopra di una certa età, quindi per stabilire che ve ne sia una necessità è prima opportuno dosarla prima del trattamento. Un trattamento prevede quindi una diagnosi corretta e non l’assunzione che a quell’età tutti siano carenti. E la verifica dei valori raggiunti durante la somministrazione anche per personalizzare i dosaggi. Soggetti come donne in menopausa e gli anziani con una diagnosi di osteoporosi dovrebbero ricevere un trattamento adeguato a base di farmaci come i bifosfonati e non solo la supplementazione di vitamina D”.
“Come abbiamo ribadito nel documento GIOSEG – aggiunge Giustina – è buona pratica clinica trattare lo stato di carenza di vitamina D in chi ne ha bisogno e non la popolazione generale. Per quest’ultima è necessario promuovere anche campagne di salute e prevenzione che si basino su una corretta alimentazione, una attività fisica regolare che permetta lo sviluppo di muscoli che a loro volta funzionano da stimolo per il rinnovamento dell’osso e soprattutto una quota di tempo all’aria aperta, con il 20% del corpo esposto alla luce del sole possibilmente anche in inverno nelle ore più calde della giornata. Seguire tali indicazioni invece non è generalmente sufficiente a ripristinare i valori normali di vitamina D in chi ne è carente”.

Fonte: askanews.it

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