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Studio Unipi e Sant'Anna, varietà antiche battono le commerciali
Brutte ma buone. Sono le mele di varietà antiche che, malgrado l’aspetto, superano le varietà commerciali per proprietà nutritive. E’ quanto emerge da uno studio di un gruppo di ricercatori dell’Università di Pisa e della Scuola Superiore Sant’Anna che ha paragonato le proprietà nutraceutiche di sei varietà di mele antiche (Mantovana, Mora, Nesta, Cipolla, Ruggina, Sassola) con una varietà commerciale (Golden Delicious), sia sotto forma di prodotto fresco che essiccato.
I risultati della ricerca, pubblicati in un articolo sulla rivista Food Chemistry, hanno evidenziato che, anche dopo l’essiccazione, le mele di varietà antiche sono più ricche di antiossidanti rispetto alla Golden Delicious.
“Come Università di Pisa – spiega la professoressa Valentina Domenici del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale – ci siamo occupati della caratterizzazione molecolare mediante la risonanza magnetica nucleare, una tecnica spettroscopica di cui abbiamo lunga esperienza, e grazie alla quale abbiamo identificato e quantificato alcune sostanze antiossidanti: i polifenoli”.
E così, pur essendoci delle differenze, la Golden è quella che contiene sempre meno polifenoli rispetto alle varietà antiche e fra queste il primato va alla mela ‘Cipolla’. Quest’ultima, sia fresca che essiccata, ha infatti il doppio di polifenoli rispetto alla Golden, mentre le altre varietà ne possiedono una quantità maggiore, ma in modo meno marcato, dal 10% al 20%.
“Un modo per valorizzare queste mele ‘non belle’, che dal punto di vista estetico non sono certo confrontabili con quelle commerciali, potrebbe essere quindi di venderle essiccate, magari come snack o in preparazioni come il muesli”, suggeriscono i ricercatori.
“Considerato che il procedimento di essiccazione che abbiamo utilizzato è adattabile ad uso domestico e per piccole produzioni – conclude il professore Luca Sebastiani, direttore dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna – questa idea potrebbe aiutare a salvaguardare i prodotti tipici locali, infatti, le sei varietà di melo che abbiamo studiato sono diffuse in Toscana e in particolare nel Casentino”.
Fonte: Askanews.it

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Medici estetici e chirurghi si confrontano al Congresso Sime
Siamo ormai ad un passo dalla prova costume, momento di crisi per i 20 milioni di donne italiane che soffrono della cosiddetta “cellulite”, un disturbo del connettivo che si manifesta con quell’inestetismo noto come “buccia d’arancia” che per molti anni gli esperti hanno chiamato PEFS, panniculopatia edematofibrosclerotica. Colpa degli ormoni, ma anche di sostanze chimiche che provocano un aumento di radicali liberi, una riduzione dell’ossigenazione e del pH dei tessuti, una riduzione dell’attività energetica cellulare, e altre alterazioni che sfociano verso una risposta degenerativa evolutiva.
Cellulite, insomma, vero “spauracchio” femminile. “Da sempre tutte le donne pensano di averla – precisa il presidente della Società Italiana di Medicina Estetica (Sime) Emanuele Bartoletti – anche perchè le donne chiamano cellulite tutto quello che non amano delle proprie gambe. Quest’anno finalmente riusciremo a fare un punto preciso, e riusciremo a trarre considerazioni scientifiche importanti sull’inquadramento di questa patologia molto comune, ma su cui ancora non c’è una convergenza di opinione sia da un punto di vista di origine clinica che dal punto di vista del trattamento. Che è la cosa più importante”.
“La classificazione della cosiddetta cellulite è da sempre uno dei maggiori problemi della medicina estetica – è la riflessione che illustrerà al congresso Sime Pier Antonio Bacci, specialista in Chirurgia e Malattie Vascolari e linfatici – infatti, senza un preciso schema diagnostico ed una precisa classificazione clinica, è impossibile proporre mirati schemi terapeutici”, ma “grazie anche ad uno schema di domande studiate assieme al prof Raul Saggini, ordinario di Medicina Fisica e Riabilitativa dell’Università di Chieti, sono stati individuati dei test che permettono di avvicinarsi ad una classificazione utilizzabile nella pratica clinica”.
Secondo Andrea Sbarbati – Direttore Dipartimento Nauroscienze – Biomedicina e Movimento Direttore Sezione Anatomia e Istologia Università di Verona, “comunque la si guardi, la cellulite, nonostante un’evidente progresso delle conoscenze, rimane un mistero sul fronte delle cause. Una delle più recenti teorie, tira in ballo addirittura le cellule staminali. La cellulite – spiega – è caratterizzata da una elevatissima concentrazione di cellule staminali pluripotenti. Dunque è profondamente diversa dal tessuto adiposo sottocutaneo e sempre maggiori evidenze, lasciano pensare che sia una patologia delle staminali. Che chissà, un giorno potrebbero diventare il vero target di trattamento di questa condizione”.
Secondo altre teorie la cellulite altro non è che una patologica cronica infiammatoria che nasce da un’alterazione del tessuto adiposo femminile. Che fare dunque? Secondo Giamaica Conti, dipartimento neuroscienze biomedicina e movimento Università di Verona, “per le donne affette da cellulite e non in sovrappeso si potrebbe consigliare una blanda attività fisica, aerobica (perché non si deve arrivare a produrre acido lattico e corpi chetonici). Vanno benissimo la camminata di quaranta minuti al giorno, la corsa ad una velocità non maggiore di sei minuti al chilometro, ma lo sport più indicato e completo per la cellulite potrebbe essere il nuoto. Nuotando a stile libero, dorso, delfino si porta l’acqua ad esercitare un massaggio vigoroso e costante sulle zone in cui si manifesta più spesso la cellulite, senza notevoli sforzi perché il corpo è rilassato durante il galleggiamento in acqua. Il massaggio esercitato dall’acqua contribuisce a ridurre il senso di accumulo edematoso delle zone affette da cellulite, migliora il microcircolo contribuendo a sfiammare i tessuti.
Ma non è tutto: “Un recentissimo medical device, distribuito solo da pochi mesi in Europa, apre una nuova possibilità di trattamento, ottimizzando e standardizzando il principio già conosciuto della sub-incisione o della incisione chirurgica sotto dermica – spiega Bruno Bovani – Chirurgo plastico, professore a contratto presso il Master in Dermatologia Estetica dell’Università di Firenze -. Ha ottenuto l’approvazione FDA e conseguente marchio CE per il miglioramento a lungo termine dell’aspetto della cellulite, in particolare dei glutei e delle cosce, con un miglioramento a due anni ancora persistente nel 96% dei pazienti trattati”.
Fonte: Askanews.it

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Diventano 12 gli obbligatori necessari per l'accesso a scuola
Sono dieci i punti chiave del decreto varato oggi dal Consiglio dei Ministri che rende obbligatorie le vaccinazioni per l’accesso a scuola.
Eccoli:
1) Vengono dichiarate obbligatorie per legge, secondo le indicazioni del Calendario allegato al Piano nazionale di prevenzione vaccinale vigente (età 0-16 anni) e in riferimento alla coorte di appartenenza, le vaccinazioni di seguito indicate: anti-poliomelitica; anti-difterica; anti-tetanica; anti-epatite B; anti-pertosse; anti Haemophilusinfluenzae tipo B; anti-meningococcica B; anti-meningococcica C; anti-morbillo; anti-rosolia; anti-parotite; anti-varicella.
2) Tali vaccinazioni possono essere omesse o differite solo in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate e attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta.
3) In caso di violazione dell’obbligo vaccinale ai genitori esercenti la responsabilità genitoriale e ai tutori è comminata la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 500,00 a euro 7.500,00. Le sanzioni vengono irrogate dalle Aziende Sanitarie.
4) Anche nella scuola dell’obbligo, il dirigente scolastico è tenuto a segnalare alla ASL competente la presenza a scuola di minori non vaccinati. La mancata segnalazione può integrare il reato di omissione di atti d’ufficio punito dall’art. 328 c.p.
5) Il genitore o l’esercente la potestà genitoriale sul minore che violi l’obbligo di vaccinazione è segnalato dalla ASL al Tribunale dei Minorenni per la sospensione della potestà genitoriale.
6) Non possono essere iscritti agli asili nido ed alle scuole dell’infanzia, pubbliche e private, i minori che non abbiano fatto le vaccinazioni obbligatorie. In tal caso, il dirigente scolastico segnala, entro 5 giorni, alla Azienda sanitaria competente il nominativo del bambino affinché si adempia all’obbligo vaccinale.
7) Anche nella scuola dell’obbligo, i minori che non sono vaccinabili per ragioni di salute sono di norma inseriti dal dirigente scolastico in classi nelle quali non sono presenti altri minori non vaccinati o non immunizzati.
8) Se un bambino ha già avuto le patologie indicate deve farsi attestare tale circostanza dal medico curante che potrà anche disporre le analisi del sangue per accertare che abbia sviluppato gli anticorpi.
9) A decorrere dal 1° giugno 2017 il Ministero della salute avvia una campagna straordinaria di sensibilizzazione per la popolazione sull’importanza delle vaccinazioni per la tutela della salute. Nell’ambito della campagna, il Ministero della salute e il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca promuovono, dall’anno scolastico 2017/2018, iniziative di formazione del personale docente ed educativo e di educazione delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti sui temi della prevenzione sanitaria e in particolare delle vaccinazioni, anche con il coinvolgimento delle associazioni dei genitori.
10) Le misure del decreto entrano in vigore dal prossimo anno scolastico.
Fonte: Askanews.it

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Ricercatori Neuromed Pozzilli, Idi di Roma e Iss
Un altro componente tipico dello stile di vita italiano andrebbe ad aggiungersi alla già lunga lista di elementi che contribuiscono a fare degli Italiani uno dei popoli più “in salute” al mondo. Questa volta tocca al caffè. Una ricerca, condotta dal Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e l’I.R.C.C.S. Istituto Dermopatico dell’Immacolata di Roma, mostra come la popolare bevanda, se consumata più di tre volte al giorno, possa abbassare il rischio di ammalarsi di cancro della prostata. E il dato sull’azione antitumorale del caffè viene confermato anche in laboratorio.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica International Journal of Cancer, punta a fare chiarezza in un campo fino ad oggi ancora molto dibattuto: il ruolo del caffè in relazione al carcinoma prostatico e, specificamente, l’azione della caffeina. Alcuni studi recenti, sia inglesi che americani, avevano suggerito un effetto protettivo della popolare bevanda “Negli anni recenti sono stati condotti diversi studi a livello internazionale – spiega George Pounis, ricercatore greco presso Neuromed e primo autore del lavoro – ma le evidenze scientifiche disponibili erano considerate insufficienti per trarre conclusioni, e in alcuni casi i risultati apparivano contraddittori. Il nostro scopo, così, è stato quello di ampliare le conoscenze in modo da fornire una visione più chiara”. Il lavoro scientifico parte dall’osservazione, durata in media quattro anni, di circa settemila uomini residenti in Molise e partecipanti allo studio epidemiologico Moli-sani. “Analizzando le abitudini relative al consumo di caffè – spiega Pounis – e mettendole a confronto con i casi di cancro alla prostata che si sono verificati nel corso del tempo, abbiamo potuto evidenziare una netta riduzione di rischio, il 53%, in chi ne beveva più di tre tazzine al giorno”.
A questo punto i ricercatori hanno cercato conferme testando l’azione di estratti di caffè su cellule tumorali prostatiche coltivate in laboratorio. Sono stati provati, in particolare, sia estratti contenenti caffeina che decaffeinati. Proprio i primi hanno mostrato la capacità di ridurre significativamente la proliferazione delle cellule cancerose e la loro capacità di metastatizzare. Un effetto che in larga parte scompare con il decaffeinato.
Fonte: Askanews.it

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Andi e Fondazione Andi celebrano Giornata mondiale Salute orale
Sono tre i comportamenti più diffusi frutto di false credenze sulla salute orale. Lavarsi i denti subito dopo aver mangiato, sciacquarsi la bocca con l’acqua per liberarsi del dentifricio e bere succhi di frutta pensando che siano meno dannosi delle bibite gassate. Lo rivela uno studio della Fdi – World dental federation (Federazione dentaria internazionale) condotto in 12 paesi per scoprire cosa sa la popolazione della salute orale e quali regole di comportamento adotta.
Per il 56% degli intervistati, lavarsi i denti appena finito di mangiare è una buona pratica.
Al contrario i dentisti raccomandano di aspettare almeno trenta minuti dopo ogni pranzo prima di prendere in mano lo spazzolino. Il 68% si sciacqua la bocca con l’acqua per togliere il residuo di dentifricio credendo di far bene. E invece anche questo è un comportamento sbagliato. L’indicazione dei professionisti della salute orale è infatti di evitare il risciacquo con l’acqua, limitandosi a sputare il dentifricio in eccesso. In questo modo la massima esposizione al fluoro è assicurata. Si attesta al 36% il numero di quelli che pensano che i succhi di frutta siano meno dannosi delle bibite gassate. La verità è che in entrambi i casi il livello di zuccheri contenuti è elevato, quindi possono essere causa di carie.
Lo studio è stato divulgato in occasione della Giornata mondiale della salute orale. “Comprendere sin dall’infanzia quali sono le buone abitudini da seguire aiuta a conservare una salute orale ottimale fino alla tarda età garantendo una vita libera dal dolore e dal disagio emotivo spesso causato da problemi della bocca”, dice il dentista italiano Edoardo Cavallè, consigliere della Federazione dentaria internazionale e responsabile del gruppo di contatto che ha organizzato la giornata a livello globale. A Roma per contribuire a sfatare i falsi miti sulla salute orale e offrire ai cittadini indicazioni corrette per la salute della bocca Andi e la sua Fondazione hanno organizzato un incontro per lanciare il messaggio “Vivi sano. Mantieni la tua bocca in salute”.
In piazza Vittorio Emanuele II sono intervenuti insieme ai rappresentanti di Fondazione Andi e Fondazione Enpam, padroni di casa, anche i rappresentanti di Andi, del Cenacolo odontostomatologico italiano Coi – Aiog, della Società italiana di patologia e medicina orale – Sipmo, della Commissione Albo Odontoiatri – Cao e dell’Università ‘Sapienza di Roma’. “Una buona salute orale è molto più di un bel sorriso – dice Giovanni Evangelista Mancini, presidente di Fondazione Andi -. Una scarsa salute orale è stata associata a una serie di patologie tra cui il diabete, le malattie cardiovascolari, il cancro al pancreas, la polmonite, l’Alzheimer”. L’evento è stato inserito nella cornice di ‘Piazza della Salute’, l’iniziativa avviata nel 2016 dall’Enpam e finalizzata a promuovere l’autorevolezza della professione medica. Nel corso della mattinata nei giardini della multietnica piazza Vittorio Emanuele II, che a Roma ospita la sede dell’Enpam, è stato distribuito gratuitamente materiale informativo, in diverse lingue, e spazzolini e dentifrici.
Fonte: Askanew.it

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Studio coordinato dall'Universita' Statale di Milano
La rivista Journal of Diabetes Research ha pubblicato uno studio condotto da Stefano Benedini, afferente al Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con il Policlinico San Donato IRCCS di Milano, l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi che dimostra come l’irisina, una molecola di recente scoperta prodotta dal muscolo scheletrico durante esercizio fisico, possa spiegare gli effetti positivi dell’esercizio sul metabolismo dell’organismo in toto.
Lo studio ha seguito 70 soggetti sani, di ambo i sessi, di età compresa tra 18 e 75 anni, non sovrappeso, privi di significative patologie metaboliche (dislipidemie, intolleranza glicidica e diabete, sindrome metabolica): 10 volontari sani sedentari, 20 volontari sani che svolgono attività fisica amatoriale (2-3 volte/settimana), 20 volontari che eseguono attività fisica semi-agonistica (4-5 volte la settimana) e 20 volontari che eseguono attività fisica agonistica a livello nazionale o internazionale (5-7 volte/settimana).
La possibilità di studiare questa molecola, per la prima volta, su atleti di élite ha permesso di valutare la quantità di questa miochina su soggetti “ipersportivi” nei quali è stato rilevato un aumento dell’Irisina che si accompagnava al grado di “benessere” dell’organismo in toto che riduce la probabilità dell’insorgenza di malattie metaboliche quali il diabete mellito, l’obesità e la sindrome metabolica. Questo stato di “benessere” è risultato strettamente correlato alla quantità di attività fisica svolta dai soggetti inclusi nei diversi gruppi esaminati.
L’incidenza di obesità e di diabete mellito è in continuo aumento nel nostro paese e in tutto il mondo a causa di fattori nutrizionali scorretti e per mancanza di adeguata attività fisica. Alla luce del continuo incremento di queste malattie metaboliche la possibilità di capire gli effetti positivi mediati dall’Irisina sul metabolismo potrebbe aprire la strada alla formulazione di farmaci in grado di “mimare” l’azione dell’Irisina producendo gli stessi effetti positivi dell’attività fisica.
Lo studio ha visto coinvolte, oltre al Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università Statale di Milano e la Scuola di Scienze Motorie dello stesso Ateneo, anche due Unita’ Operative dell’I.R.C.C.S. Policlinico San Donato: l’Area di Endocrinologia e Malattie Metaboliche (Prof. L. Luzi) e l’Unita’ Complessa a Direzione Universitaria SMEL-1 Patologia Clinica (Prof. M.M. Corsi Romanelli).
Fonte: Askanew.it

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L’efficacia dei trattamenti antidepressivi serotoninergici dipende anche dal contesto ambientale in cui vive il paziente e, quindi, in cui i farmaci vengono assunti. Questo perché l’azione del farmaco consiste, almeno in parte, nell’aumentare la plasticità neurale, amplificando, in un ambiente favorevole, l’opportunità dell’individuo a ridurre o eliminare i sintomi della depressione. E’ questa la conclusione a cui è giunta un’équipe internazionale di ricercatori, coordinati da Igor Branchi, del Centro per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale dell’Istituto Superiore di Sanità, in uno studio pubblicato questo mese su una delle più prestigiose riviste di psichiatria, Molecular Psychiatry. Conclusione che è stata confermata in uno studio gemello condotto dagli stessi autori su pazienti depressi e pubblicato pochi giorni fa sulla rivista Translational Psychiatry.

“Gli SSRI – spiega Branchi, affiancato nell’indagine dai colleghi dell’Università La Sapienza di Roma, dell’Università di Modena e Reggio Emilia e dell’ateneo di Zurigo (Svizzera) – non risultano sempre efficaci. Per capirne i motivi, abbiamo ipotizzato come l’aumento della plasticità neurale indotta dal farmaco produca un aumento della suscettibilità agli stimoli ambientali. Di conseguenza, abbiamo analizzato, sia in modelli sperimentali sia in pazienti, il ruolo dell’ambiente nel determinare l’efficacia del trattamento. I risultati hanno dimostrato come il trattamento con SSRI aumenti in modo dose-dipendente l’influenza delle condizioni di vita sull’umore. Ciò è stato osservato sia su parametri clinici, quali la gravità della psicopatologia, che preclinici e molecolari, come i livelli di neutrotrofine e la neurogenesi”.

“Queste scoperte – conclude il ricercatore – possono contribuire a migliorare la pratica clinica, mettendo a punto strategie terapeutiche basate sulla combinazione del trattamento farmacologico con un approccio terapeutico, come la terapia cognitivo-comportamentale, che permetta, a chi soffre di depressione, di affrontare ambienti di vita avversi ed eventi stressanti con maggiore successo, aumentando l’efficacia del trattamento”.

Lo stesso Editor-in-chief della rivista Molecular Psychiatry, il Professor Julio Licinio, dedica un editoriale al lavoro di Branchi e dei suoi collaboratori, in cui commenta come i risultati ottenuti possano spiegare la variabilità dell’ efficacia del trattamento con gli antidepressivi e possano così rappresentare un passo importante per la comprensione del meccanismo di azione di questi farmaci.

Per capire la portata del problema, basti pensare che l’OMS ha definito la depressione una vera e propria emergenza sanitaria che colpisce 322 milioni di persone in tutto il mondo. Tale emergenza è aggravata dal fatto che circa il 60-70% dei pazienti trattati con il farmaco più comunemente utilizzato nelle principali forme di depressione, ovvero gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), non guarisce e il 30-40% non mostra neanche una risposta significativa al farmaco”.
Fonte: Askanew.it

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Quali saranno le malattie mentali del prossimi futuro a livello mondiale? Per 6 esperti su 10, l’allarme maggiore viene dalle nuove dipendenze, soprattutto di carattere tecnologico come internet e smartphone, seguito da disturbi neurocognitivi, come la demenza e l’amnesia. E in Italia? Disturbi neuropsicologici (49%), tra i quali soprattutto quelli legati al sonno e al calo di attenzione, seguiti da depressione (28%) e ansia (23%).

Il report viene stilato dagli esperti arrivati da tutto il mondo tra Italia, Europa, Asia, Australia, Nord e Sud America in occasione della XVIII edizione del Congresso Mondiale di Psichiatria dinamica, organizzato da un Comitato Scientifico internazionale composto da scienziati di fama internazionale, coordinato in Italia da International Foundation Erich Fromm, che ha richiamato 160 speaker internazionali, tra psichiatri e psicologi, e più di 500 partecipanti, per discutere di processi creativi nella psichiatria e psicoterapia.

Ansia, depressione e disturbi neuropsicologici come quelli legati al sonno e all’attenzione, dipendenze a tecnologie e disturbi neurocognitivi: sono questi i problemi mentali con cui la popolazione italiana e quella mondiale avrà a che fare nell’immediato futuro. Patologie che rappresentano allarmi per gli studiosi della mente del 21° secolo, e costituiscono le sfide di psicologi e psichiatri di tutto il mondo. Ad emergere sono anche altri numeri che danno l’idea dello scenario attuale delle malattie mentali sia in Italia sia nel panorama internazionale. A livello mondiale, secondo gli esperti, sono depressione (59%), ansia (18%) e disturbi di personalità (23%) le malattie più diffuse degli ultimi 15 anni, di cui le prime due con una enfasi maggiore nel corso degli ultimi tre anni. Cambia leggermente il contesto italiano dove emerge la prevalenza di casi di depressione reattiva (circa il 60%) che si caratterizza da un umore cupo e crisi di panico frequenti, seguita da disturbi del comportamento alimentare, come anoressia e binge-eating (abbuffate periodiche).

“Il congresso ha permesso di fare una riflessione della salute a livello mondiale grazie al coinvolgimento di importanti esperti ed accademici che hanno risposto ad un questionario. Ad emergere con forza – afferma Ezio Benelli, Presidente del Congresso – è che la situazione italiana delle malattie mentali vede un netto aumento di problematiche soprattutto legate alla nutrizione e di depressione reattiva. Questo soprattutto nelle regioni più industrializzate, dove si produce più ricchezza e dove, paradossalmente, la qualità della vita è peggiore perché si guadagna di più e si perde in autenticità, generando con maggiore frequenza l’insorgenza di problemi mentali”.

“Quello che dicono gli esperti è molto interessante perché permette di capire meglio quali sono i comportamenti in corso a livello sociale – afferma Vera Slepoj – e soprattutto ci permettono di fermarci a fare delle riflessioni: se l’ansia rappresenta una delle malattie del futuro, è bene pensare ad un superamento della farmacoterapia, con un migliore stile di vita”.
Fonte: Askanew.it

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Corso itinerante per medici e farmacisti
La tosse non è una malattia ma un sintomo, molto frequente in età pediatrica, di infezioni delle vie respiratorie. Colpisce fino al 36-40% dei bambini italiani in età scolare e pre-scolare mentre, la sua incidenza a livello mondiale, varia dal 5% al 40% della popolazione in base alle caratteristiche ambientali, all’età, alla stagione e all’abitudine al fumo. “Il bambino con tosse” è il focus di un Corso itinerante rivolto a medici e farmacisti che si è svolto nelle principali città italiane, l’ultima tappa sarà a Palermo il prossimo 24 marzo.
“La tosse è un meccanismo fisiologico – spiega Susanna Esposito professore ordinario di Pediatria dell’Università degli Studi di Perugia e presidente WAidid, Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici, responsabile del corso – che il nostro organismo adotta per espellere agenti infettivi presenti nelle vie aeree o smog e fumo di sigaretta o per eliminare l’eccesso di secrezioni che fungono da ostacolo al normale flusso dell’aria. La tosse si può ritenere, quindi, un importante campanello d’allarme che segnala che esistono difficoltà al normale passaggio dell’aria nelle vie respiratorie e che qualcosa, all’interno dell’albero respiratorio, non funziona al meglio”.
Nella maggior parte dei casi si tratta di un fenomeno passeggero che fa seguito a un’infezione respiratoria spesso di natura virale che si risolve da sola in meno di una settimana. In questi casi il bambino presenta anche altri disturbi come raffreddore o mal di gola e, a volte, anche febbre. “Spesso a determinare la tosse – aggiunge Susanna Esposito – è il passaggio di muco dalle fosse nasali alla gola che si verifica per esempio durante i cambi di posizione. Ecco perché si fa sentire soprattutto al mattino appena svegli e quando si va a letto. Ma la tosse rappresenta principalmente uno strumento di difesa per l’organismo e non va bloccata. E’, quindi, importante evitare prodotti senza prove di efficacia che possono, in alcuni casi, avere effetti collaterali. E’ interessante sottolineare come la European Medicines Agency (EMA) abbia inserito rimedi naturali a base di miele, Althea officinalis ed edera tra i prodotti autorizzati per il trattamento della tosse in età pediatrica a seguito di studi clinici che ne hanno documentato l’efficacia e la sicurezza”.
La tosse rappresenta uno dei motivi che più frequentemente porta a consultare il pediatra, ma quali sono i rimedi più efficaci per dare sollievo al bambino con tosse? “Farlo bere molto – spiega l’esperta – usare umidificatori per ambienti, praticare lavaggi nasali con la sola soluzione fisiologica per umidificare le vie aeree e, soltanto in casi specifici, l’aerosol con farmaci broncodilatatori e/o cortisonici quando vi è una sottostante componente asmatica o laringite acuta. Utilizzare prodotti a base di miele e Althea officinalis in caso di tosse secca o di edera in caso di tosse produttiva. Mentre gli antibiotici – precisa Susanna Esposito – vanno riservati ai soli casi in cui si presume un’infezione di origine batterica. E’ fondamentale, comunque, evitare sempre di esporre i piccoli al fumo passivo”.
E’ invece necessario rivolgersi al pediatra “quando il bambino ha pochi mesi e la tosse è accompagnata da febbre per più di 2 giorni; quando, durante un attacco di tosse, le labbra del bambino diventano bluastre; quando il bambino respira rapidamente o con difficoltà; quando la tosse causa rumori respiratori diversi dal solito (sembra che «abbai» o «fischi»); quando la tosse è improvvisa e c’è la possibilità che il bambino abbia inalato un oggetto”.
Fonte: Askanew.it

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